“Balliamo?”

vent’anni.

Campo profughi curdi, sud della Grecia.

Era il mio primo giorno da volontaria.

Ero sola, sotto il sole bianco di un pomeriggio secco, con quaranta bambini davanti a me.

Non parlavamo la stessa lingua. Loro non sapevano chi fossi. Io non sapevo da dove cominciare.

Li guardavo.

Mi guardavano.

Poi quella domanda, dentro di me: che faccio?

E una bambina, piccola, scalza, con gli occhioni grandi e profondissimi mi prende la mano e dice:

“Balliamo?”

Lì è cominciato tutto

Abbiamo iniziato a muoverci.

Senza musica. Senza passi precisi.

I corpi si sono riconosciuti prima delle parole.

Era gioco, era ascolto.

Da quel giorno, non ho più smesso.

Vent’anni di cammino

Grecia, Italia Medio Oriente, Africa.

Campi profughi, centri di accoglienza, villaggi rom.

Ho divorato con curiosità le storie di chi ha perso casa, lingua, genitori, sicurezza.

Con chi aveva solo il corpo, e nemmeno sempre la forza per usarlo.

Sono entrata in spazi che sembravano vuoti e brutti,

e ho visto nascere forme.

Non coreografie, ma connessioni.

Non era scena, però era arte.

Profonda. Cruda. Essenziale.

Perché dove non c’è nulla, resta il corpo. E il corpo crea.

Ho lavorato anche nei teatri.

Ho danzato su palchi veri, sotto luci calde, con costumi, musica, pubblico.

E li amo, quei luoghi.

Sono templi. Sono possibilità.

Ma l’arte non vive solo lì

A volte nasce in una polvere, in uno sguardo, in un respiro trattenuto troppo a lungo.

La danza nei campi non è meno “arte”.

È solo un’altra forma.

Più fragile. Più instabile. Ma a volte, più urgente.

È arte che non chiede di essere vista.

È arte che serve a vivere.

La bellezza che non si mostra perché è.

La bellezza di un corpo che finalmente si rilassa.

Di un piede nudo e polveroso che inventa un passo.

Di un gruppo che ride all’unisono, anche senza capire le parole.

Quella bellezza non cerca lo sguardo dell’altro,

ma se lo trova, lo accoglie.

Non si mostra. Si offre.

Dopo vent’anni.

Porto con me tutti quei movimenti.

Quelli in scena, e quelli nella polvere.

I corpi pieni, formati, consapevoli. E quelli spezzati, che tremano ma ballano lo stesso.

Non ho mai pensato di insegnare qualcosa.

Ho solo imparato a esserci.

A stare nel mezzo.

A stare accanto.

A lasciare spazio.

Tutto è cominciato con una bambina con gli occhi grandi e profondi che mi ha detto:

“Balliamo?”

E io ho detto sì.

Da allora non ho più smesso.